Le cicatrici che non ho, Marianna Pizzipaolo.

Copertina de “Le cicatrici che non ho”, Marianna Pizzipaolo, Lupieditore, 2019

Elegante, fine, raffinato.

Suppongo che l’autrice abbia speso molto tempo nella stesura e nella cura di questo romanzo.

L’intera storia si basa su una evoluzione emotiva importante, parla di due donne, due uomini e due storie d’amore che si intrecciano per poi separarsi per sempre.

E’ un libro pieno di storie vissute, di sentimenti, di emozioni, pieno di esperienze, di tutti i tipi. E’ un libro arricchente ed impegnativo; ogni frase che lo compone racconta qualcosa di importante e benché siano presenti figure retoriche, che personalmente non amo leggere in un romanzo, queste non appesantiscono il racconto, ma lo ingrandiscono, rendendo questo libro, un bel libro, a tutti gli effetti.

Il romanzo è diviso in 28 capitoli, 522 pagine totali, scritto correttamente e senza refusi. Presenta periodi ben strutturati e ben curati nel linguaggio, ci sono anche dialoghi che aiutano la lettura ad essere scorrevole.

Quello che subito balza agli occhi è lo stile utilizzato, complesso a mio avviso, narrativizzato/raccontato e discorsivo, caratteristica che sinceramente non mi aspettavo di trovare in un romanzo esordiente. La narrazione rimane fedele allo stile narrativo, in tutto il libro.

Durante la narrazione sia l’autrice che i lettori/lettrici rimangono sempre al di fuori rispetto agli eventi dei personaggi. Scelta di stile che mi piacerebbe approfondire con l’autrice, perché secondo me è volta a proteggere le storie raccontate e le persone che le vivono, riservandole da una invadenza che nascerebbe spontanea se il racconto fosse stato fatto con uno stile più semplice.

Ho apprezzato questo stile narrativo, perché coerente con i personaggi, con le loro caratteristiche e con la forte componente emotiva presente dall’inizio alla fine.

La prima parte della storia è dedicata alla descrizione delle due donne, Nora e Mariè e dei due uomini, Gabriele e David. Si tratta di una descrizione psicologica ed emotiva, che lascia in realtà spazio all’immaginazione per quanto riguarda i tratti fisici, che rimangono di secondaria importanza rispetto al tema principe, fatto salvo invece per le cicatrici. Prosegue poi con raccontare le storie d’amore tra Gabriele e Nora e tra David e Marié. Tutti e quattro personaggi complessi e ben strutturati, con una personalità definita. Storie d’amore non sempre facili, perché piene anche di solitudine, di tradimento e di difficoltà. Ad un certo punto le storie inizialmente non connesse, sembrano intrecciarsi in modo anche avvincente, ma il destino segue il suo corso e le separa una volta per tutte, inevitabilmente.

Il romanzo inizia con un racconto quasi poetico di un Gabriele bambino e della sua mamma, che dalle note di una canzone imparano qualcosa che ritroveranno, e ritroveremo, negli anni a seguire: “E’ bella (la Canzone) perché racconta della vita, degli errori, degli sbagli. Dice che tutti possono sbagliare, anche gli angeli”, continua “Questa canzone dice che basta un fiore, dice che un fiore riesce a risolvere tutto”, … “Mamma, ti ho preso un fiore, solo per te!”. Era una Margherita.

La margherita è il fiore dell’AMORE (unico vero protagonista del romanzo), simboleggia la purezza del corpo e dello spirito, un fiore che nella storia sembra evolversi ed accompagnare la crescita, la morte (simbolica) e la rinascita dei personaggi, fiore che non a caso ritroviamo nell’epilogo.

È quindi un romanzo che consiglio di leggere; quello che secondo me è, invece, totalmente fuori contesto è la sinossi, descrittiva sicuramente, ma che non lascia intendere per niente la profondità del libro che contiene.

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